C’è un momento, sempre, in cui sento di dover partire. Non so bene da dove venga questa spinta, ne cosa cerchi davvero. Ma arriva, si fa sentire nella carne e nella mente: è irrequietudine, è desiderio, è bisogno. Non importa quando sia lontano il viaggio, né quanto sia breve. Importa soltanto che sia vero.
Viaggiare in bici per me è questo: un modo per ascoltarmi meglio, per rallentare il tempo, per ritrovare bellezza nelle cose semplici.
Ogni partenza è un atto di fiducia verso il mondo, ogni incontro è un potenziale regalo, ogni deviazione un’occasione.
Questo è il racconto di uno di quei viaggi.
Non il più lungo, né il più estremo.
Ma uno di quelli che ti restano addosso.
Giorno 0 – Pazienza
La notte mi tiene sveglio come se fosse mezzogiorno.
Sento le gambe dure, il cuore batte forte, le palpebre non accennano a chiudersi. Domani partirò per un nuovo viaggio in bici. “Quando si parte si hanno sempre delle domande a cui si cerca risposta, anche quando queste domande non si sa quali siano.” Chissà quali risposte sto cercando questa volta. Esistenziali? Banali? Ho sonno, ho fame, ho voglia di pedalare. Sono impaziente, fremo, vorrei fosse già domani. Vorrei essere sulla strada, con le gambe che girando liberano la mente, leggera, in pace. Di quanta bellezza si riempiranno i miei occhi? Di quanta gioia il mio cuore?
Pazienza.
Domani arriverà. E con esso una nuova avventura.
Giorno 1 – Incontri
Cos’è un’avventura? Credo sia mettersi in cammino, muoversi e accettare tutto ciò che accade, anche quando comporta un cambio radicale di piani, prima ancora di iniziare.
Ed è proprio quello che è successo stamattina. Valentino, Fabio e Andrea, miei compagni di viaggio, sarebbero dovuti arrivare da Milano in treno. Ma la famigerata affidabilità del sistema ferroviario italiano ha colpito ancora: treno cancellato.
Perché l’avventura, appunto, è anche questo.
I ragazzi mi raggiungono a Valenza verso mezzogiorno: hanno preso un treno fino a Novara e da lì pedalato fino a casa mia. Ad accoglierli, mezzo chilo di pasta con ragù di lenticchie. Dopo una veloce revisione del percorso, adeguato al ritardo, siamo finalmente partiti.
“E’ come andare in bicicletta”. Non importa da quanto tempo non si viaggia: basta averlo fatto una volta, ed è come se lo si avesse fatto ieri. Per strada, in sella a Bambee, mi sento a casa. Sento di appartenere a questo bellissimo pianeta.
Il Monferrato, a pochi chilometri da Valenza, sarà la nostra destinazione. Anzi, la nostra direzione: faremo un anello tra queste colline, puntando a sud-ovest, poi devieremo a nord per tornare in pianura e, seguendo il sorgere del sole, rientreremo al punto di partenza. Le salite verso San Salvatore ci vedono felici, pimpanti, sorridenti: la pausa pranzo per loro, e i primi chilometri per me, ci permettono un po’ di arroganza. Parliamo di tutto, ridiamo, viviamo leggeri.
Non penso ad altro che a ciò che sto facendo: solo in viaggio, in bici, la mia mente è così libera.
Superiamo San Salvatore, passiamo per Lu, dove scendiamo perdendo il dislivello guadagnato. Ci avventuriamo in una valletta prima di Vignale, lasciando l’asfalto per il primo sterrato del viaggio. Fa caldo: la fresca brezza delle colline è svanita. Ci troviamo in una conca, tutto è fermo, tranne noi.
Sento la pelle bruciare. Penso alla crema solare in fondo alla borsa, ma sono troppo pigro, o stanco, per fermarmi a cercarla. Forse stasera rimpiangerò questa scelta, ma ora sono troppo concentrato sulla strada.
Non piove da giorni: le vecchie tracce lasciate da qualche grosso mezzo si sono indurite e diventano vere trappole. Gli scossoni si sentono in tutto il corpo, le nostre viscere sobbalzano. Un ruscello compare all’improvviso nella carreggiata, trasformando il sentiero in una striscia di melma. In alcuni tratti il fango è così spesso da far girare a vuoto le ruote, nonostante tutta la forza che impieghiamo.
Superati a piedi questi ostacoli, un’ultima salita ci conduce a Vignale, dove ci fermiamo per un meritato gelato. Chiacchieriamo e ci confrontiamo sul percorso appena fatto. Il sole si avvicina all’orizzonte. Siamo a maggio, le giornate sono lunghe, ma la voglia di concludere la tappa ci rimette in sella.
Scendiamo rapidamente e affrontiamo l’ultima pianura fino a Viarigi. L’appartamento che abbiamo prenotato non è ancora pronto, così ci sediamo al bar sottostante ad aspettare. Finalmente possiamo entrate.
Dopo esserci riposati e lavati, usciamo per cena. Due opzioni: un ristorante sotto casa, o un agriturismo a 900 metri. Scegliamo il secondo.
Lì ci accoglie un uomo burbero, che ci chiede se sappiamo cosa vogliamo. Superiamo la sua diffidenza iniziale e intavoliamo una conversazione mentre aspettiamo la cena.
Si chiama Edoardo, ha creato lui questo posto, ora gestito dalla figlia. Lui rimane per dare una mano, e non chiede nulla in cambio. I suoi modi di fare sono … particolari: appena arrivati ci stampa un timbro sulle tovagliette di carta con la scritta “fa’nculo“. Quando scopre che sono vegetariano comincia una serie di insulti e sfottò davvero fantasiosi.
Il suo, però, è tutto un gioco, e così decidiamo di giocare anche noi. Le nostre risposte pungenti lo stuzzicano: si siede al tavolo con noi, si prende un bicchiere di vino dalla nostra bottiglia, e si lancia in riflessioni assurde e geniali.
“Tutti i preti neri sono musulmani.” “Non è il posto a essere bello: il posto è quello che ti dà, quello che senti.” “Perché a me mi piace proprio scorreggiare.” “Il cambiamento fa bene, svuota la tazza per riempirla di nuovo.” “L’automasturbazione è un atto d’amore con la persona che ami di più: te stesso.”
Poi si emoziona. Parla della figlia, del loro lavoro condiviso, piange. Si accende una sigaretta nel locale e torna a parlare di sesso:
“Lo sai che il culo di oggi è la figa di domani?”
Sono distrutto. Chilometri e sonno chiedono il conto. Ma non posso andare a dormire. “Quando mi ricapita tutto questo?”. Questa la domanda che mi pongo ogni volta che sto vivendo qualcosa di eccezionale. Sì, sono solo a pochi chilometri da casa, potrei tornare qui quando voglio e rivivere questa esperienza, ma non è del tutto vero. Ogni giorno è unico, nasce e muore in ventiquattro ore, e vivendo così poco si merita tutto il nostro impegno.
Quando racconterò di questa serata alla mia famiglia, una delle mie sorelle chiederà: “Come è possibile che queste cose succedano sempre a te?”
Forse perché cerco, continuamente. E chi cerca, trova.
Mi sono distratto, la parlantina di Edoardo mi ha fatto perdere la concentrazione e ho perso un pezzo del discorso. Chissà quali massime sul sesso e sulla vita mi sono sfuggite per sempre. Gli chiedo di scattargli una foto. Accetta. Con il fucile con cui mi ha minacciato per essere vegetariano? No, quello no, ne ha uno più bello.
Torna con un cappello da cowboy e un altro fucile. Mi dice il modello, ma ho troppa felicità (o vino, che poi non c’è troppa differenza) in corpo per ricordarmelo.
“Scusate, ma a me piace troppo il Far West. Cammini da solo per giorni in pianure sconfinate, e quando finalmente incontri qualcuno, gli dici – Questo mondo è troppo piccolo per tutti e due – e gli fai un buco in testa. Troppo bello.”
Lo fotografo con la sigaretta accesa. Non vuole neanche riguardare le foto, mi chiede solo di mandargliele. Poi mi invita a farmi fotografare anch’io col fucile. No grazie. Gli racconto di quella volta coi talebani al minareto di Jam, in Afghanistan, quando mi proposero di sparare coi loro Kalashnikov.
La sua faccia si storce. Disgusto per i talebani? No, per il Kalashnikov. “Un’arma moderna, senz’anima.” Torna con altre armi manuali: quelle sì, sono opere d’arte.
“Aspetta qui, ho una cosa per te.”
Torna con un fodero in pelle per un coltello, inciso con il nome del ristorante – Margherita, come sua figlia – e il suo numero di telefono.
“Così puoi mandarmi le foto!”
Che bigliettino da visita insolito. Che atto di generosità inaspettato.
Salutiamo tutti, è mezzanotte passata. Camminiamo verso casa, ripensando a questa giornata densa. Una giornata che ci ha visti vivere davvero.
Vado a dormire grato. Non avevo mai incontrato Edoardo. Forse non lo incontrerò mai più. Ma per qualche ora mi ha mostrato la sua anima, le sue passioni, le sue contraddizioni. E l’ha fatto senza chiedere nulla in cambio.
La cosa più incredibile? Tutto questo è successo a mezza giornata di bici da casa. Il mondo è pieno di gente meravigliosa: bisogna solo avere il coraggio di ascoltarla.
E pensare che non lo avremmo mai incontrato se il treno non fosse stato cancellato. Quanto è sorprendente e affascinante questa meravigliosa cosa che chiamiamo vita.
Giorno 2 – Il silenzio delle gambe
Ci svegliamo con calma. Facciamo colazione al bar sotto casa. La cameriera ci porta per errore il menù degli alcolici. Le chiedo una birra media per vedere la sua reazione: non sono ancora le nove del mattino.
Ripartiamo. La strada si piega subito in salita e diventa sterrata. Siamo diretti ad Asti.
Superiamo un castello arroccato, imponente. Valentino mi chiede il nome, ma non lo so: siamo fuori dalla zona che conosco. Ci limitiamo ad ammirarlo.
La collina segna l’inizio della discesa. Ci lasciamo andare. Ci divertiamo.
Poi un altro sterrato. Dopo pochi metri, un mezzo da cantiere ci blocca. “Dove state andando?” “Ad Asti.” L’uomo scuote la testa. “Di qui non si passa. Le piogge di Pasqua hanno fatto danni: la strada non c’è più.” Ci tocca deviare sulla statale. Traffico intenso. Fortunatamente, saranno gli unici chilometri così.
Arrivati ad Asti, ci sediamo su una panchina in un parco. Dividiamo le scorte rimaste. Viaggiamo leggeri.
Ripartiamo, direzione Nord. Un primo falsopiano ci aiuta a guadagnare chilometri e dislivello, ma un’altra chiusura stradale ci costringe a una deviazione lunga: dieci chilometri in più, con due salite importanti.
Le gambe protestano. Da più di un mese non facevo sport: troppo lavoro, troppi viaggi. Adesso le gambe incrociano le braccia e si rifiutano di pedalare. Scendo. Spingerò a piedi.
Quando raggiungiamo la cima, davanti a noi si apre la Pianura Padana, e oltre ancora, le Alpi. Silenzio. Respiriamo bellezza.
Montechiaro d’Asti ci accoglie poco prima delle due. Temiamo di non trovare nulla, ma un’osteria ci apre le porte con gentilezza. Sulle pareti, fotografie superbe. Un fotografo famoso si è innamorato di queste colline: dorme in auto da queste parti, aspettando la luce perfetta. Sarebbe bello incontrarlo. Il buon cibo ci riempie la pancia, le sue immagini gli occhi.
Usciti, ci sediamo in piazza, senza voglia di ripartire. Parliamo piano. Mi coglie un colpo di sonno. Proprio mentre sto per cedere, la proprietaria dell’osteria esce, ci guarda e ride: “Mangiato troppo, eh?”
È tardi, dobbiamo andare. Riprendiamo a pedalare: saliscendi continui, fatica e piacere che si alternano come la strada.
Arriviamo infine a Valentino, frazione di Verrua Savoia, scelta come tappa simbolica per il nome. Scatto una foto a Valentino sotto il cartello d’ingresso. Siamo stanchi, ma contenti.
Ci restano ancora alcuni chilometri per raggiungere il nostro alloggio. Rimontiamo in sella.
Arriviamo a Brusasco, una lieve salita ci conduce verso l’agriturismo. Per gioco sprinto appena vedo il cartello con il nome: mancano centro metri, e dopo la giornata di oggi voglio essere il primo ad arrivare. Supero gli altri con arroganza, ma vengo punito all’istante. Il cartello mentiva. La salita continua. Più lunga. Più ripida. La nostra sistemazione è nel borgo vecchio, in cima alla collina. Così imparo a fare lo sbruffone.
Quando arrivo (ben dopo gli altri), la proprietaria ci accoglie con una notizia scoraggiante: “Qui in cima non ci sono ristoranti. E le pizze non consegnano.” Silenzio. Nessuno osa parlare. “Se volete, mio figlio è giù in paese con la macchina. Può portarvi a prendere delle pizze.”
Oh nostra salvatrice!
Vorrei visitare il borgo, ma le gambe non collaborano. Rimango sul terrazzino, a parlare con gli altri. Arrivano le pizze: siamo in quattro, ne abbiamo prese sei. Ne avremmo mangiate otto. Finalmente mi sento in viaggio. Che bello.
Passiamo la sera a parlare: delle salite, dei panorami, di quanto ci siamo divertiti (e stancati). Gli altri parlano ancora, la luce è accesa. Io mi addormento appena tocco il cuscino.
Giorno 3 – Fuori tracciato
La giornata comincia in discesa. Raggiungiamo il Po. Lo seguiremo fino a Valenza. La pianura è facile. Forse troppo. Ci manca la scomodità. Così lasciamo l’asfalto e andiamo a cercare gli sterrati. Ci piacciono i sobbalzi, la polvere, le traiettorie sbagliate.
Penso a quanto sia bella una vita scomoda. Quella che ti costringe a sentire, a muoverti, a cambiare idea. Quella che non ti lascia in pace, e per questo ti fa vivere davvero.
Passiamo accanto a una centrale nucleare. Struttura enorme, silenziosa, sospesa. Un’architettura che non sa più se serve o se fa paura.
Sbagliamo strada. Poi la risbagliamo. Andiamo a intuito. Non vogliamo seguire una traccia. Fuori tracciato.
Alla fine di questo viaggio non ricorderemo i momenti in cui eravamo nel giusto. Ricorderemo quelli in cui ci siamo persi. Le deviazioni. Gli incontri imprevisti. Il modo in cui il paesaggio ci ha sorpresi.
Non sarà il dislivello o la media oraria, a restare con noi. Ma gli incontri con le persone. Le chiacchiere tra una salita e l’altra. Le foto scattate per gioco. La stanchezza condivisa.
Viaggiamo veloci. Ma non guardo più i numeri. Questi sono i miei ultimi chilometri, e non voglio che finiscano. Ho le gambe in fiamme, il sedere distrutto, la schiena a pezzi. Ma non voglio fermarmi.
A metà mattina ci sdraiamo sull’erba per una pausa. Ci sono sedie e tavolini, ma preferiamo il prato. Il corpo a contatto con la terra. Il sole sulla faccia. Come animali che si ricordano cosa sono.
È così bello tornare selvaggi, anche solo per qualche giorno.
A Casale pranziamo, poi salutiamo Andrea: la sua ragazza è venuta a prenderlo. Un abbraccio, una battuta, e lui sparisce oltre la portiera.
Noi proseguiamo fino a Valenza. Nel parco dove corro con Neve, il mio cane, mi fermo a fare qualche foto con gli altri. Alla fine del viaggio ne avremo scattate più di tremila.
Arriviamo a casa. Spesa, doccia, ordine. I gesti della fine.
Domani gli altri continueranno. Ancora 90 chilometri fino a casa loro, a Nord-Est. Io no. Il mio viaggio finisce qui.
Sono stati tre giorni intensi. Ho avuto fame, sete, male ovunque. Ho odiato le salite e ringraziato le discese. Ma soprattutto, ho vissuto.
Tre giorni con tre persone. Tre giorni per imparare a conoscerci davvero. Perché in viaggio, ogni relazione riparte da zero. Senza filtri, senza pose. Solo fatica, dialoghi, silenzi.
E poi Edoardo, con tutte le sue contraddizioni. Una di quelle persone che ti restano. Tre giorni di Vita, con la V maiuscola. Devo ricordarmi più spesso di vivere così. Intensamente. Senza rimandare. Senza distrarmi.
Per questo amo i viaggi. Perché mi ricordano che questa vita è unica. E che ogni giorno va riempito. Di emozioni. Di amici. Di errori. Di verità.
Epilogo
Sono passati alcuni giorni dalla fine del viaggio. Ho editato le foto, ho scritto questo diario basandomi sugli appunti presi mentre pedalavo, e ho lasciato che la stanchezza si sciogliesse lentamente nel ritorno alla quotidianità. Sono partito chiedendomi quali domande stessi portando con me. E ora che sono tornato, forse non ho nemmeno una risposta – ma non importa. Passo ore a riguardare queste immagini, chiedendomi se la persona che le ha scattate sia davvero io. Forse sì. O forse era una versione di me che esiste solo quando mi allontano abbastanza da potermi osservare da fuori. Non so quando sarà il prossimo viaggio: con una bimba in arrivo tra meno di un mese, potrebbe passare molto tempo prima di tornare in sella. Ma quando accadrà, so che sarà come se non fosse passato neanche un giorno. Perché in fondo, lo dice anche il detto: è come andare in bicicletta.
Foto di Francesco Sangalli e Valentino Bozzi Testi di Francesco Sangalli
Quanto può essere forte un amore che finisce? Questa la domanda che mi sono posto quando Simone mi ha comunicato che avrebbe venduto Acquamarina, la barca a vela di famiglia. Solitamente, quando si pensa al mondo della vela …