Introduzione:
Conobbi Valentino solo un paio d’anni fa, ma fin dal primo incontro avevamo capito di aver trovato nell’altro un compagno per le avventure più diverse.
Così è nato AL(L)WAYS, con l’intenzione di comunicare come sia possibile viaggiare in bici in ogni stagione (always) e su qualsiasi tipo di terreno (all ways).
Abbiamo deciso di cominciare dall’inverno, la stagione normalmente più sottovalutata, e scegliendo come meta la Toscana, terra più che conosciuta dai cicloviaggiatori.
A inizio dicembre decidemmo il periodo: il ponte dell’Epifania.
Purtroppo, con l’avvicinarsi della tanto agognata data, ogni controllo delle previsioni meteo restituiva sempre lo stesso responso: pioggia, pioggia, pioggia.
Ci avrebbero preso, ma noi ci eravamo promessi ogni strada, in ogni tempo.
E così partimmo.
Venerdì 5 gennaio 2024 – Siamo a casa.
Il sole, timidamente celato dietro un velo di nuvole, annuncia l’inizio di un nuovo dì. Un’insolita eccitazione pervade me e Valentino: è il primo giorno del nostro viaggio in bicicletta attraverso la Toscana. Tre tappe per attraversare parte di questa terra ricca di fascino, un lasso di tempo breve, ne siamo consapevoli, ma è tutto ciò che abbiamo a disposizione. Eppure, ci conforta la certezza che, per vivere un’avventura, non serve per forza andare lontano: a volte basta uscire di casa e mettersi per strada.
Con il cuore pieno di entusiasmo, carichiamo le bici con le poche cose che ci serviranno e partiamo. Il vento in faccia, le gambe che girano e un brivido di gioia percorre la mia schiena. In sella a una bicicletta mi sento libero, nel mio habitat naturale.
La libertà, però, ha un prezzo. Richiede fatica, dedizione completa. Non si può concederle solo una parte di sé, ci si deve affidare totalmente, in balia degli elementi: vento, pioggia, sole. E la pioggia non tarda ad arrivare.
Siamo in salita, non mi entra la prima marcia. Purtroppo Bambee, la bici in bambù che mi sono autocostruito nel 2021, qualche difettuccio se lo porta dietro, ma le voglio comunque un bene dell’anima.
Dopo tanta fatica, finalmente, la discesa. Un momento di tregua dalla pioggia, ma anche di grande adrenalina.
Raggiungiamo San Gimignano, la città dalle torri svettanti. Le sue mura antiche ci accolgono come un abbraccio, offrendoci riparo dalla pioggia incessante. Ci rifugiamo sotto i porticati di Piazza del Duomo, gustando una pizza da asporto. Il freddo comincia a farsi sentire.
Ripartiamo sotto la pioggia battente, con l’entusiasmo che non accenna a diminuire. La fatica è ormai un lontano ricordo, sostituita da un senso di totale libertà. Le colline toscane si dispiegano davanti a noi in tutta la loro magnificenza.
Il sole è tramontato, l’ora blu si presenta con la sua bellezza.
Accendiamo le torce delle bici mentre le ruote girano velocemente sullo sterrato.
Essendo ormai la tabella di marcia completamente saltata – siamo in tremendo ritardo – decidiamo di fermarci per fare altre fotografie.
Il mio cuore è talmente pieno che, nonostante la pioggia battente e il buio che ci circonda, sento che potrei continuare a pedalare in queste condizioni per delle ore ancora.
Per quanto mi piacerebbe proseguire però, il corpo, dopo freddo e acqua, esige la sua dose di riposo, così ci fermiamo in un B&B.
Facciamo una piccola spesa nel market di fronte, e cenando cominciamo già a sognare (o progettare, ma c’è poi davvero tutta questa differenza?) i prossimi viaggi in bici.
Ora è giunto il momento di lavarsi e andare a dormire; domani ci saranno delle nuove strade da percorrere.
Sabato 6 gennaio 2024 – Finché salita non ci separi.
Apriamo gli occhi. Piove incessantemente. Sembra che un ruscello stia correndo sotto la finestra della camera, ma in realtà è l’acqua che scivola sulla strada.
Ci alziamo, prepariamo le borse, le carichiamo sulle bici. Mangiamo gli avanzi della sera prima, indossiamo la giacca impermeabile e ci mettiamo in strada.
Monteriggioni dista solo pochi chilometri, ma li copriamo lentamente: continuiamo infatti a fermarci per fare fotografie.
Una volta vegetale copre la strada bianca che stiamo percorrendo, come se ci trovassimo in una lunga galleria arborea. Alcune pozzanghere riempiono la strada, e come bambini ci divertiamo a passarci dentro a piena velocità.
Giunti sotto le mura del borgo una lunga fila di persone all’ingresso ci dissuade dall’entrarvi: decidiamo quindi di ammirare la sua imponente cinta muraria dall’esterno, immaginando le battaglie e gli assedi qui combattuti nel corso dei secoli.
L’asfalto scorre veloce sotto di noi, le salite e le discese si susseguono rapide mentre i panorami circostanti ci cullano con la loro bellezza.
Quasi non riusciamo a crederci quando realizziamo di essere già arrivati a destinazione.
In Piazza del Campo ci facciamo immortalare da una famiglia giapponese, che ci chiede poi di ricambiare con una foto per loro.
Li ringrazio con “arigatou gozaimasu”, imparato da mio nonno – aveva viaggiato spesso per lavoro in Giappone, e ci teneva che i suoi nipoti imparassero le parole più utili tra quelle che aveva studiato – generando stupore nei nostri interlocutori. Mi piace sempre riuscire a ringraziare una persona nella sua lingua, aiuta a creare legami più profondi anche durante gli incontri più fugaci. Proseguiamo.
La pioggia non ci abbandona.
Sfrecciamo tra paesini e strade bianche.
Riconosco alcune strade, ma tante altre le ho dimenticate – sono già passato in bici da queste zone nel 2016 e 2017, durante i miei primi due viaggi, ma sono evidentemente passati troppi anni per ricordarsi la strada. A un bivio a T prendiamo convinti la destra, impegnandoci in una dura salita – solo per accorgerci in cima di aver sbagliato direzione.
Pazienza.
D’altronde: “Quando si è in dubbio è sempre meglio prendere la strada in salita!”.
Infatti, per tornare sul percorso corretto, ci lanciamo a fionda giù per la discesa, sfiorando i settanta chilometri orari.
Attacchiamo l’ultima salita di giornata, quella per Montalcino, che il sole è appena tramontato. Accendiamo le luci, la pioggia ci accompagna ora più leggera.
“Testa bassa e pedalare” dice il proverbio, ed è esattamente questo che provo a fare.
Fisso le mie gambe muoversi ritmicamente con fatica, mentre l’asfalto scorre lentamente sotto di me.
Destra, sinistra, destra, sinistra.
Alzo lo sguardo, ma vedere ancora tanta strada da fare è una sofferenza, per cui lo riabbasso velocemente.
Sbuffo, bevo un sorso d’acqua, continuo a spingere maledicendo di cuore la prima marcia che insiste nel non voler entrare.
Esplodo, non ho più gambe, bruciano – anche la testa mi ha ormai abbandonato.
Manca ancora mezza salita.
Procedo alternando tratti a piedi a pezzi in sella.
Vale riesce a procedere più spedito. Ogni tanto si ferma per controllare che io ci sia ancora. Mi scatta una foto mentre sono piegato sul manubrio per recuperare ossigeno.
Ci riposiamo in un accogliente albergo, dove la gentile proprietaria ci suggerisce un ristorante tipico: il pasto serale è una vera e propria festa, il cibo è squisito, il vino eccellente, e tutte le porzioni più che abbondanti.
Con la pancia piena e la serenità nell’animo ce ne torniamo in camera, pronti a una lunga notte ristoratrice.
Domenica 7 gennaio 2024 – Non vogliamo finire.
Sfrecciamo lungo la discesa di Montalcino avvolti nella nebbia; è il freddo o la gioia a paralizzare le nostre bocche a forma di sorriso?
Questa tappa finale sarà caratterizzata da grossi dislivelli: dalla Val d’Orcia attraverseremo le colline per arrivare in Val di Chiana, dove prenderemo il treno per tornare a Castelfiorentino.
La prima salita si erge presto di fronte a noi: è sterrata, e sotto la pioggia che ci accompagna anche oggi è talmente scivolosa che farla a piedi non risulta proprio una passeggiata.
Superiamo i famosi Cipressi della Val d’Orcia per raggiungere San Quirico, dove facciamo un’altra colazione – non sono mai abbastanza!
Da qui ci fidiamo dei cartelli per raggiungere la chiesetta di Vitaleta: forse non abbiamo letto bene, o forse qualcuno si è divertito a fare uno scherzo, ma la strada inizialmente asfaltata e sterrata poi, diventa presto un impervio sentiero pieno di fango e sassi bagnati.
Dopo numerosi scivoloni, derapate e continue correzioni, il mio anteriore, con la gomma sottile e non tassellata, mi tradisce senza preavviso, facendomi finire rovinosamente per terra.
Valentino mi sente cadere, si ferma e si gira preoccupato. Mi alzo ridendo, consapevole che la action cam, che tiene attaccata alla borsa posteriore, ha ripreso tutta la sequenza, e che quindi a tempo debito mi toccheranno diversi sfottò.
Arrivati finalmente alla chiesetta ci dedichiamo alle foto e video di rito: tanto per cambiare siamo in ritardo, il sentiero appena percorso ci ha rallentati, forse perderemo il treno, ma non è importante, goderci ciò che ci siamo ampiamente meritati è l’unica cosa che conta in questo momento.
La giornata procede a questo punto velocemente, ed è col sorriso in faccia che arriviamo nella vecchia Corsignano, poi trasformata in una città ideale, in linea coi principi dell’umanesimo, da papa Pio II, che lì era nato e che le cambiò nome, in Pienza per l’appunto.
Una pausa pranzo nella Piazza a lui dedicata è d’obbligo.
Alcuni panini presi in un bar, accompagnati da uova fritte piccanti e da crostini coperti da gorgonzola e noci, donano nuova energia alle nostre gambe.
Studiando il percorso, decidiamo di dirigerci verso Montepulciano, da cui poi raggiungeremo Chiusi, meta finale del viaggio.
Appena usciti da Pienza però, i bivi si susseguono tanto velocemente da indurci spesso in errore.
Capiamo di essere fuori strada quando una ripida e scivolosa discesa ci conduce in un campo a riposo, senza proseguire oltre.
I telefoni non prendono, e non vogliamo ripercorrere la salita alle nostre spalle. Così ci mettiamo sulla sottile traccia che delimita il campo.
La pendenza del percorso che segue ci costringe a scendere dalla sella in numerose occasioni.
Quando finalmente riusciamo ad avere una connessione stabile guardiamo le mappe sui nostri telefoni, e ci accorgiamo di essere molto più a Sud di quanto pensassimo, ormai totalmente fuori traccia.
Decidiamo dunque, seppur a malincuore, di rinunciare a Montepulciano per dirigerci a Chianciano Terme, più vicina.
Siamo ora lanciati sulle ultime discese prima del tratto finale, ed essendo su una strada bianca senza auto ci facciamo prendere da una piccola gara.
Sorpassi e controsorpassi si susseguono sul percorso serpeggiante.
Alla penultima curva Valentino prova una mossa azzardata, ma sbagliando totalmente il punto di frenata si ritrova a urlare: “Non girare! Non mi fermo, non mi fermo!”. Un istante dopo lo vedo sfrecciare alla mia destra, all’interno della curva, e finire dritto nei prati che la costeggiano. Siamo pari: anche lui potrà essere preso in giro dopo questo episodio.
Pedaliamo in leggera discesa fino a Chiusi, dove arriviamo in perfetto orario per prendere il treno.
L’avventura però non è ancora del tutto finita.
Nonostante il sole sia tramontato abbiamo ancora alcuni chilometri da percorrere: il B&B dove torneremo a dormire questa notte, essendo a quindici chilometri da Castelfiorentino ci permetterà di percorrere ancora un po’ di strada.
Cade ancora qualche goccia di pioggia, ma nulla in confronto ai giorni scorsi. Da quando siamo partiti non abbiamo mai visto il sole.
Pedaliamo lentamente, non abbiamo alcuna fretta di arrivare.
Respiriamo a pieni polmoni questa sensazione di libertà.
Dolci salite e sinuose discese si rincorrono curva dopo curva, sotto un cielo nero come la pece, carico com’è di nuvole scure.
L’aria è frizzante.
L’unico suono che ci accompagna è il leggero rotolare delle gomme sull’asfalto.
Pedaliamo in silenzio, nessuno vuole rompere questa magia.
Ci concediamo delle urla liberatorie solo durante le discese più veloci, quando il rumore del vento nelle nostre orecchie nasconde ogni altro tipo di suono.
Purtroppo però, come ogni cosa, anche questo viaggio deve giungere alla sua fine.
È solo verso le nove di sera che arriviamo da Anna e Fulvio.
Ci chiedono del viaggio, di come sia andata con la pioggia, se abbiamo patito il freddo, avete mangiato? Che strade avete fatto? Oh mamma mia come siete bagnati!
Una loro figlia è andata via poco fa, era rimasta a cena apposta per sperare di incontrarci e parlare con noi di fotografia, sua grande passione: “Eh ma non si sa mica quando arrivano”, le ha detto Fulvio, “quei due sono strani!”.
Gioia e malinconia si mescolano in questi istanti.
Passeremo la mattinata successiva a scattare mille fotografie alle bici incrostate, prima di lavarle con spugne e stracci gentilmente offerti da Anna, così da insozzare il meno possibile l’auto di Valentino.
La buona colazione che ci è offerta non riuscirà a rendere più dolce il momento dell’addio.
Caricheremo la macchina, saluteremo Anna sfoggiando il nostro miglior sorriso e guideremo verso Nord.
La mente però sarà proiettata già verso i prossimi viaggi, perché si sa, si torna sempre dove si è stati bene, e da nessuna parte mi sono mai trovato così felice come per strada, in sella alla mia bicicletta.
Informazioni fotografiche:
Francesco ha utilizzato una Nikon Z6 II (sia per foto che per video) con Nikkor Z 24-120 f4 e Nikkor Z 40mm f2. Alcuni scatti sono stati realizzati con il suo smartphone Google Pixel 7.
Valentino ha utilizzato una Sony a7 III con Tamron 28-75 f2.8, assieme al suo DJI Mavic Mini 2 per le riprese aeree.
Foto di Francesco Sangalli e Valentino Bozzi
Video e testi di Francesco Sangalli
Visitai l’Iraq tra il 10 e il 17 gennaio 2023, durante le riprese della prima stagione della serie documentaristica “Il mondo con gli occhi di Overland”.
La partenza, purtroppo, era seguita a un lutto familiare, …
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Foto e testi di Francesco Sangalli