Introduzione:
Dopo giorni di viaggio pregni di ogni tipo di emozione, sarebbe stato impossibile trovare una conclusione più degna di questa. Nel giorno del mio ventisettesimo compleanno ricevetti il regalo più bello che potessi ricevere, venendo a conoscenza di una storia che non potrò mai dimenticare.
Per proteggerne la protagonista, non sono presenti fotografie che la ritraggono, le è stato cambiato nome, e non sono state fornite informazioni riguardo all’ubicazione delle sue attività.
Giovedì 27 ottobre 2022 – Un pugno nello stomaco
Oggi è il mio compleanno.
Roberto sta male, per cui rimarrà in albergo, e anche io sento di non essere al mio meglio.
Con Filippo andiamo a visitare una scuola dedicata a sole ragazze e gestita da una Donna con la D maiuscola (ma pure la O, la N, l’altra N e anche la A).
I fatti da raccontare su questa esperienza sarebbero così tanti che sicuramente ne dimenticherò qualcuno, ma farò del mio meglio per segnare qui i più importanti.
Fatima è una persona incredibile, che in passato aveva un ristorante e un centro di recupero per tossicodipendenti a Kabul. Il suo ristorante era meta soprattutto di giovani coppie innamorate, e sopra di esso aveva allestito un piccolo laboratorio per cominciare ad aiutare le donne a emanciparsi già sotto il precedente governo.
Quello, seppur più aperto rispetto all’attuale, non era favorevole a queste iniziative, per cui le fece chiudere il ristorante, con la falsa e infondata accusa di gestire un traffico di prostituzione.
Invece di arrendersi, Fatima si rimboccò le maniche, aprendo il centro di formazione in cui ci troviamo ora, e tenendolo aperto anche dopo il ritorno dei talebani.
Sebbene le fosse stata offerta la possibilità di scappare in Uzbekistan, per aprire lì un nuovo ristorante, scelse di rimanere qui, per aiutare tutte le ragazze in difficoltà che frequentavano il suo centro.
La scuola, gestita da lei, non è burocraticamente intestata a suo nome – questo perché le autorità talebane la credono scappata all’estero, e per il prosieguo delle sue attività è bene che continuino a crederlo.
L’istituto ha una licenza per l’insegnamento scolastico di alcune materie (come inglese, matematica, fisica), fino a un massimo di cinquanta studentesse.
Per Fatima ovviamente non era abbastanza.
Invece di limitarsi alle materie scolastiche, ha deciso di insegnare alle ragazze anche dei mestieri: visitiamo un’aula in cui le studentesse studiano e lavorano come orafe, e altre tre in cui delle alunne imparano l’arte sartoriale. C’è anche una sezione per coloro che vogliono diventare stiliste e disegnare vestiti.
Solo cinquanta studentesse? Ovviamente per Fatima era troppo poco.
Per aumentare il numero di nascosto ha quindi scelto di tenere classi sì per cinquanta alunne, ma per volta, così che con l’alternanza il totale salga a più di cinquecento.
Nella sezione orafa ci mostra alcuni gioielli realizzati con vecchi bossoli di proiettili: “Gli uomini usano i proiettili per uccidere”, dice: “le donne li usano per realizzare opere d’arte”.
Nella sezione della sartoria ci mostra due abiti disegnati da lei: il primo è dedicato alle spose bambine, ispirato alla sua stessa esperienza. Ci racconta infatti che la famiglia la diede in sposa quando aveva appena tredici anni, e che a quattordici ebbe un figlio.
L’abito ricalca il classico stile di vestito bianco con un’ampia gonna, ma sotto di essa sono presenti molte matite colorate, a indicare la giovane età della ragazzina, che fino a poco prima del matrimonio, usava appunto le matite per disegnare e colorare.
Sul retro c’è un lungo velo cosparso di farfalle: queste sono belle e colorate nella parte superiore, mentre scendendo sono sempre più sbiadite, fino a diventare completamente bianche sul fondo. Indicano i sogni, che si scoloriscono con il passare degli anni, fino a scomparire del tutto.
Infine, sulla spalla, è presente un nido da cui emergono piccoli uccellini: rappresentano le speranze, che cercano di volare via, libere, ma vengono rinchiuse in gabbia con il matrimonio.
Il secondo è un abito da sera, decorato da molti occhi. Due in particolare sono più grandi degli altri, e sono ricamati sopra la sagoma di una mano: si trovano sul gluteo e sul seno.
Il vestito rappresenta la sessualizzazione della donna da parte dell’uomo, che per prima cosa guarda il corpo, in particolare il seno e il gluteo, con il desiderio di toccarli, con o senza consenso, e poi osserva tutto il resto, come se fosse solamente un oggetto.
Cominciamo l’intervista a Fatima; mi guardo attorno per scegliere l’inquadratura migliore. Ho dimenticato il cavalletto in albergo, quindi dovrò montare la camera sullo stabilizzatore e tenerlo in mano per l’intera durata dell’intervista. Meglio quindi trovare una posizione il più comoda possibile.
C’è una grossa finestra che potrebbe illuminarla da dietro, e la luce riflessa sulla parete che ho alla mia sinistra farà da luce principale. Ho deciso, la postazione sarà questa.
Al momento di mettere il microfono su Fatima ho un’esitazione: per avere un effetto visivo migliore sarebbe opportuno nasconderlo sotto i vestiti, ma non credo sia un’opzione possibile in questa società che limita al minimo il contatto fisico tra i due sessi.
Fortunatamente la stessa Fatima mi viene in soccorso, prendendo con dimestichezza la piccola capsula e agganciandola sullo scialle che prima teneva attorno al collo, ma con cui ora si copre il capo.
Vorrebbe fare l’intervista senza velo, come si è presentata a noi, ma la guida insiste per farglielo indossare, così da provare a salvare le apparenze: “Sei un codardo, io non ho paura dei talebani!”.
Sarà un’intervista lunga, profonda e scioccante. In alcuni punti ci farà piangere ed emozionare.
Le facciamo una sola domanda, chiedendole di raccontarci di questa struttura e del suo operato; parlerà per oltre cinquanta minuti, interrompendosi solo due volte, per piangere, accompagnandoci in un viaggio nell’Afghanistan di ieri e di oggi dal punto di vista delle donne.
Ne usciamo stremati e provati emotivamente, senza quasi più energie in corpo per l’intensità dei suoi racconti.
In alcuni passaggi sento un forte dolore allo stomaco, come se mi avessero tirato un pugno: se il solo sentire raccontare certi fatti mi fa stare male, quanto deve aver fatto soffrire viverli in prima persona?
Ci parla della sua totale delusione nei confronti della democrazia, si sente abbandonata: “L’Occidente è venuto qui con le bombe dicendo di voler portare la democrazia, ma poi se n’è andato dimenticandosi di noi: è questa democrazia?”.
Parla anche dei recenti fatti in Iran, dove le proteste dilagano dopo l’uccisione di una donna per essersi torta l’hijab, il velo islamico, e di come tutte le grandi nazioni si siano indignate per l’omicidio, sostenendo le proteste in ogni dove.
“In Iran è morta una sola donna e il mondo intero si è sollevato. In Afghanistan muoiono cento donne ogni giorno e nessuno dice nulla”.
Ci racconta le tragiche storie di alcune delle persone che lavorano nel suo centro: vedove, donne abbandonate dai mariti scappati all’estero, mogli di uomini ex-tossicodipendenti che non riescono più a trovare lavoro.
Lei aiuta tutti, indistintamente, a qualsiasi ora del giorno o della notte, come ci tiene a sottolineare la traduttrice che ci sta aiutando a comunicare con lei durante l’intervista (Fatima non parla inglese, ma lo capisce molto bene): “L’ho vista arrivare al lavoro dopo diverse notti insonni: stava provando ad aiutare delle ragazze che erano state promesse spose contro il loro volere, senza comunque tirarsi indietro da uno solo dei suoi compiti in questa scuola”.
Ci sono altri centri simili al suo a Kabul. Alcuni terroristi li hanno attaccati, facendo delle stragi, con decine e centinaia di vittime.
Ci sono state delle proteste da parte della popolazione, anche queste sedate con la violenza.
Ora protestare è vietato.
In quei cinquanta minuti, attraverso i suoi racconti, vediamo tutto ciò che non siamo riusciti a vedere in questi giorni di riprese.
Man mano che passa il tempo provo un timore sempre maggiore: mentre stavamo facendo delle clip nella classe di inglese, alcuni talebani sono entrati nell’edificio armati, e l’insegnante ci ha fatto nascondere. Sarebbe stato troppo pericoloso mostrare degli occidentali con delle videocamere in un centro come questo, ne avrebbe sicuramente segnato la fine.
Ecco, il timore che i talebani possano tornare proprio mentre Fatima ci racconta molte delle loro atrocità sta cominciando a tormentarmi, ma improvvisamente mi ricordo di quando, all’inizio dell’intervista, Fatima aveva sgridato la guida, tacciandola di cordardia: se Fatima non ha paura allora non c’è motivo per cui io debba averne.
Ecco l’effetto che questa donna ha sulle altre persone!
Finite le riprese, nascondiamo le schede nel miglior modo possibile, in caso qualche posto di blocco decida di perquisirci in modo più approfondito.
Ora sono in macchina, è passata l’adrenalina: mi sento male, sto assimilando tutto quello che ho sentito. Se mi fermo ora non so se sarò in grado di continuare.
Incontriamo Roberto a pranzo in un ristorante. Ci sediamo tutti per terra, ora sta meglio, la sua pancia ha trovato di nuovo l’equilibrio. Gli raccontiamo dell’esperienza appena vissuta, con gli occhi capaci di comunicare più di quanto possano le sole parole.
Andiamo a fare alcune riprese in Chicken Street, la via commerciale di Kabul.
Qui negozi di antiquariato, vestiti e zafferano si susseguono ai bordi di una stretta strada poco affollata.
Presso un rivenditore di oggetti antichi vediamo preziosi gioielli dei nomadi Kuchi vecchi di secoli (proprio qualche giorno fa abbiamo visto una carovana di questo popolo in cammino: che peccato non aver avuto il tempo di fermarsi e conoscerli!), fucili ad avancarica delle prime invasioni britanniche dell’Afghanistan, e piccole statue di divinità di diverse religioni.
Per strada un bambino sporco, dalle pelle scura e gli occhi enormi, mi chiede l’elemosina con la mano destra, mentre con la sinistra tiene un grosso sacco sulla spalla.
Nonostante tutti questi stimoli però, la mia testa non riesce a smettere di pensare a quanto sentito da Fatima.
Ovviamente non aveva idea che oggi fosse il mio compleanno, e senza saperlo mi ha fatto uno dei più grandi regali che potessi ricevere, raccontandomi una storia così vera, così profonda, che dubito potrò mai dimenticarmi di quella Donna straordinaria incontrata la mattina del 27 ottobre 2022 in una palazzina nascosta in Afghanistan.
Venerdì 28 ottobre 2022 – Arrivederci
Solo una volta decollato mi accorgo di aver lasciato indietro questa terra.
Sul volo uno steward mi offre il suo pranzo – quello servito dall’aereo era con la carne, il suo è vegetariano: ancora non smetto di stupirmi davanti alla gentilezza di questo popolo.
Ripenso a quanto ho vissuto in questi giorni, tra gioie, paure, disperazioni e speranze.
Ho conosciuto un paese vero, nel bene e nel male. Un paese autentico, non ancora inquinato nel suo essere da turismo e globalizzazione, con i pregi e difetti che ne conseguono.
Mi sembra di aver vissuto un’avventura di un mese, quando invece non si è trattato che di pochi giorni: forse è perché questi pochi giorni li ho vissuti intensamente, dal primo all’ultimo secondo, immergendo tutto me stesso in un “nuovo” mondo fatto di tradizioni antichissime e di cui mi sono follemente innamorato.
E ora?
Proprio ora, durante questo mio rientro in Italia, sogno già nuovi viaggi e nuove avventure, e perché no, anche il prossimo ritorno in questo paese che ho appena imparato a conoscere.
Afghanistan, questo non è un addio, ne sono sicuro, ma solo un arrivederci.
Informazioni fotografiche:
Foto scattate con Nikon Z6 II, Nikkor Z 24-70 f4 e Samyang Z 14mm f2.8 MF.
Testi e foto di Francesco Sangalli
Con le orecchie che ancora rimbombavano degli spari dei talebani abbiamo lasciato il Minareto di Jam per tornare verso Kabul …
Tempo di lettura: 7 minuti
Foto e testi di Francesco Sangalli