AFGHANISTAN - All'improvviso la verità

Introduzione:

 

Con le orecchie che ancora rimbombavano degli spari dei talebani abbiamo lasciato il Minareto di Jam per tornare verso Kabul. La mia voglia di capire (sia questo paese, sia i motivi che avevano spinto i soldati a spararare) era ormai alle stelle, così abbiamo interrogato la guida, che mentendo ci ha fatto rendere conto di una terribile verità.

Martedì 25 ottobre 2022 – Comincia il rientro

 

La sveglia suona alle 5.30. Non abbiamo dormito che poche ore.
Oggi percorreremo a ritroso la strada fatta negli ultimi giorni: un viaggio di oltre quindici ore di macchina su percorsi dissestati nella prima parte e più sistemati poi.
Dopo essere saliti in auto chiediamo alla guida di spiegarci cosa sia successo ieri: stando al suo racconto i talebani di guardia, ogni sera, tra le nove e mezzanotte, escono dal loro accampamento e sparano una raffica di mitragliatore per far sapere a eventuali nemici che non sono andati a dormire, e che anzi sono svegli e vigili.
La spiegazione ci sembra sempre più assurda man mano che riflettiamo sull’accaduto.
Ci accorgiamo di un fatto rimasto nascosto in bella vista fino a questo istante: la visione avuta fino ad ora dell’Afghanistan talebano è sempre stata veicolata dalla guida e dalle sue traduzioni.

La sola volta in cui abbiamo avuto modo di parlare direttamente con altre persone, senza passare dalle sue traduzioni, queste ci hanno raccontato una realtà molto diversa.
Cominciamo a dubitare della sua trasparenza: non ha colpe, sia chiaro, desidera far apparire tutto il meno drammatico possibile, di modo che il turismo sia incentivato dai turisti stessi e dal loro passaparola.
Coltiva, comprensibilmente, i propri interessi, proteggendo allo stesso tempo sé stesso e la propria famiglia – per questo motivo, la sua sicurezza, in questo diario la guida non verrà mai chiamata per nome.
D’ora in poi dovremo stare attenti, e filtrare tutto ciò che dirà per arrivare alla verità più oggettiva possibile.

Guardo fuori dal finestrino e mi concentro sui panorami che stiamo attraversando per la seconda volta: se all’andata ero rimasto colpito dalle bellezze naturalistiche ora faccio più attenzione all’edilizia. Le case in questa regione sono di terra, mimetizzate con il territorio circostante. Minuti edifici squadrati disposti lungo i fianchi delle montagne si susseguono in piccoli agglomerati: hanno il tetto piatto, una porta di ingresso in legno o in lamiera. In alcuni casi è sostituita da una semplice tenda. Le finestre sono piccole e quadrate. All’interno sono ben isolate termicamente sia dal caldo che dal freddo, come abbiamo potuto sperimentare in prima persona alla base talebana accanto al minareto.
Le poche case costruite con sistemi moderni come mattoni e cemento armato sono spesso abbandonate o non finite: le abitudini di migliaia di anni hanno plasmato sia le persone che le loro abitazioni, rendendole più che adatte al luogo dove vivono. Gli edifici moderni, infatti, risulterebbero troppo freddi, o troppo caldi, o troppo grandi, o troppo rigidi in caso di terremoto.

I miei pensieri vengono interrotti dalla guida, che improvvisamente si apre in racconti personali degli ultimi anni. Ci parla di uno scherzo fatto a una cliente americana pochi mesi fa: le fece credere che stava per essere arrestata dai talebani.
Poi ci racconta di ciascuna delle tre volte in cui ha rischiato di finire vittima di attacchi bomba, sempre ridendo, come se si trattasse solo di barzellette.
Passa dunque a descriverci le numerose occasioni in cui ha sparato con le armi talebane negli ultimi dodici mesi: prima del 2021 non aveva sparato che sole tre volte in vita sua.
Le ore passano, il sole sorge, cresce e tramonta mentre noi siamo ancora in viaggio. La sera è giunta a Bamiyan prima di noi, e la troviamo ad accoglierci sedici ore dopo la partenza dal minareto.
Lasciamo i bagagli in camera e scendiamo per la cena.

Durante il pasto la guida ci informa di aver parlato nuovamente coi talebani, e che la situazione è ora del tutto sistemata: da domani potremo tornare a fare riprese senza problemi. Meglio però non volare più con il drone.
Cercando di capire meglio gli chiediamo di spiegarci nuovamente cosa sia accaduto ieri notte: i talebani spesso usano colpi, raffiche e traccianti per comunicare con le altre basi militari della zona. Tipo il codice Morse.
Ecco quindi quello che stavano facendo: stavano comunicando.
Il soldato che faceva la guardia e che si è alzato di scatto? Stava chiedendo al suo commilitone perché non avesse avvertito prima di sparare: “gli italiani si spaventano”.
In questa nazione sembra sia impossibile sapere dove sia la verità.
Finito il pasto ci chiede quando, come e dove sarà pubblicato il documentario a cui stiamo lavorando. Gli rispondiamo che dovrebbe essere trasmesso a fine dicembre sulla televisione italiana, e forse dopo un anno circa potrebbe essere trasmesso in streaming nella versione internazionale.
Vediamo il suo volto caricarsi di angoscia. Si premura caldamente di ricordarci che, se nel documentario ci dovesse essere qualcosa di spiacevole per i talebani, lui potrebbe rischiare di morire, e chiede quindi di visionarlo prima della messa in onda.
Involontariamente ci ricorda quindi l’inquietante realtà: nonostante abbia fatto di tutto per indorare la pillola questo è e rimane un regime oppressivo.

Mercoledì 26 ottobre 2022 – Di nuovo a Kabul

 

Dati i grandi timori di ieri, Filippo mi chiede di realizzare diverse copie del girato per suddividerle tra noi: teme che la guida possa fare la spia e che, a qualche controllo, i talebani cancellino parte del materiale video.
Non è facile lavorare al computer in macchina su queste strade dissestate, il tutto senza attirare l’attenzione. Fortunatamente la nausea non mi assale.
La giornata passa in maniera più o meno incolore tra poche riprese e spostamenti in auto fino a Kabul.
La città mi sembra ora modernissima: gli ultimi giorni sulle montagne, isolati dal resto del mondo, hanno già cambiato le mie abitudini e termini di paragone.
In hotel distribuisco le copie di materiale a Filippo e Roberto, ciascuno le nasconde come può.
Io avvolgo un disco rigido in un paio di calzini sporchi, mettendolo poi in valigia, e una memoria a stato solido in tasca, agganciata a un cavo: in caso di controlli lo attaccherò velocemente al telefono, fingendo si tratti di un power bank.

Informazioni fotografiche:

 

Foto scattate con Nikon Z6 II e Nikkor Z 24-70 f4. Alcune foto sono state scattate con il mio telefono, un OnePlus 7t.

Testi e foto di Francesco Sangalli

Dopo i primi giorni tra Kabul e Bamiyan credevo di essere pronto a comprendere questo strano mondo che avevo di fronte, ma i fatti del 24 ottobre mi fecero capire quanto poco ancora conoscessi il paese …

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Foto e testi di Francesco Sangalli