AFGHANISTAN - Spari nella notte

Un talebano prega tenendo un tasbih in mano e un Kalashnikov sotto al braccio

Introduzione:

 

Dopo i primi giorni tra Kabul e Bamiyan credevo di essere pronto a comprendere questo strano mondo che avevo di fronte, ma i fatti del 24 ottobre mi fecero capire quanto poco ancora conoscessi il paese in cui mi trovavo.
Col senno di poi il pericolo di venire colpiti dai proiettili vaganti nella notte non fu mai reale, ma con le orecchie ancora piene dei rimbombi degli spari, tutti i miei ragionamenti erano interamente dettati dalla paura.
I fatti narrati in questa porzione di diario di viaggio sono forse quelli che più difficilmente dimenticherò in vita mia.

Domenica 23 ottobre 2022 – Non lasciare tracce

 

Oggi lunga giornata di viaggio. I panorami che mi circondano questa mattina sono simili a quelli di ieri.
La giornata passa lentamente.
A breve attraverseremo una zona ancora pericolosa per via dei briganti e criminali che la infestano: passarci col buio potrebbe essere fatale. Il rischio di venire assaliti, derubati e lasciati senza più nulla a bordo strada è troppo alto: la guida opta quindi per chiamare una scorta armata. Incontreremo il soldato talebano che ci accompagnerà tra un paio di villaggi.

Mi interrogo su quanto sia moralmente corretto fotografare le persone lungo la strada, nella modalità in cui le sto fotografando: dall’automobile, passando a cinquanta chilometri orari, senza fermarmi, senza conoscerle.
In un attimo appaiono e scompaiono dal mio finestrino. Se riesco a calcolare bene i tempi ho la possibilità di catturarle con un’espressione incuriosita sulla mia macchina fotografica.
Non so nulla di loro: nomi, età passioni e paure, sogni e speranze.
Per chi sto facendo queste foto? Per me stesso o per gli altri?

Qual è il motivo per cui sto facendo questo viaggio?
Le oltre dieci ore di macchina non mi aiutano a trovare una risposta convincente.
La sera in hotel c’è solo carne, quindi devo mangiare del pollo, che arriva intero, senza testa: mi fa senso, riesco a mangiarne solo una coscia. Si tratta della seconda volta che mangio carne da quando sono vegetariano.

In camera non c’è il riscaldamento, fa freddo: questo mi permette di capire cosa significhi vivere in queste regioni, dove nonostante le rigide temperature molti non possono permettersi di combattere il gelo, se non quando si tratta di pura sopravvivenza.
Il materasso è duro. Anche la scorsa notte non ho dormito, ma continuo a non essere stanco.
Ieri ero felice, oggi sono perplesso: che prezzo devono pagare gli altri per la mia felicità?

Lunedì 24 ottobre 2022 – Spari nella notte

 

La sveglia suona presto: la nostra destinazione, il Minareto di Jam, dista ancora cinque ore di macchina. Prima di partire facciamo alcune riprese al mercato di Chaghcharan, il paese in cui abbiamo dormito questa notte.
I paesaggi idilliaci dei giorni scorsi ora sono cambiati: ci siamo alzati di quota, la terra è diventata più brulla. Parafrasando Dante potremmo dire che si tratta di una “terra selvaggia e aspra e forte“, ma questa, a differenza della sua selva, non incute paura, solo tanta meraviglia e rispetto.

Durante il viaggio ripenso alle parole del fratello di Mustafa, risalenti a due giorni fa: “Ora non siamo più liberi, abbiamo perso molti diritti”.
Parlandone con Filippo mi dice: “Vero, hanno perso diritti, ma sono diritti che qui raramente sono stati garantiti, e almeno ora sono al sicuro, perché non rischiano più di morire sotto le bombe o esplodere per strada”.
Mi chiedo cosa sia meglio: viver liberi, ma in pericolo, oppure al sicuro, ma sotto una tirannia?
Mi rimprovero: sto ragionando da occidentale. Libertà e sicurezza sono concetti che variano molto in base alla zona del mondo in cui ci si trova.
Devo fare di tutto per liberarmi dei miei terribili paraocchi e guardare questa popolazione con uno sguardo il più possibile “vergine” da preconcetti e supposizioni.
Spero di riuscirci presto.

La strada oggi è dissestata: ricorda per certi versi le vie africane percorse durante Overland 20, quando dovevamo scendere dai veicoli per costruire con pala e piccone il tracciato. Procediamo a passo d’uomo.
A metà pomeriggio arriviamo finalmente alla tanto agognata destinazione: il Minareto di Jam.
Filippo dice che siamo tra i primi occidentali a vederlo dagli anni ’80. Questa zona è sempre stata una roccaforte dei mujaheddin prima e dei talebani poi, e dunque era difficile per chiunque, afghani compresi, raggiungere incolumi queste terre.

Le strette valli ricche di acqua fanno di questo territorio una postazione perfetta per la guerriglia. Ancora oggi una guarnigione stanziata a pochi metri dalla torre vieta agli abitanti dei villaggi vicini di avvicinarsi nelle ore notturne, a causa sì dei ribelli che saltuariamente provano a resistere, ma soprattutto per via dei ladri di reperti storici.
Perché abbiamo voluto raggiungere questo monumento tanto remoto?
Perché si tratta di uno degli edifici più misteriosi dell’Asia intera: è un’alta torre in mattoni – circa 65 metri – piena di scritte e decorazioni geometriche colorate; era un minareto.

Quello che stupisce è la sua collocazione: una stretta valle tra le montagne completamente isolata dal resto del paese. Noi, con una moderna automobile, ci abbiamo messo tre giorni di viaggio per raggiungerla.
Che senso aveva erigere un edificio tanto imponente in un posto tanto irraggiungibile?
Ai tempi della sua costruzione era il minareto più alto del mondo, e ancora oggi, sebbene siano passati centinaia di anni e sia stato ormai superato da altri minareti, non esistono edifici in mattoni più alti di questo.
Si sa che venne costruito tra il 1000 e il 1200, e si ipotizza sia stato innalzato da una popolazione chiamata Ghori, il cui dominio all’epoca si estendeva da queste montagne fino all’India, e da cui deriva il nome di questa regione: Ghor, che era anche il nome della loro antica capitale.

Alcuni documenti ritrovati in altre regioni la descrivono. Data la presenza del minareto si pensa non debba essere lontana da questa zona. Non è però mai stato possibile verificare, perché è dalla fine degli anni ’70 che agli archeologi non viene dato il permesso di esaminare il territorio (si cominciò a studiarlo solo nel 1957, e due decenni appena non furono sufficienti per svelarne i segreti).
L’edificio è collocato sulla confluenza di due fiumi: Hari Rud (fiume che abbiamo costeggiato spesso negli ultimi giorni) e Jam Rud.
Mentre il primo è un fiume vero e proprio, il secondo di solito non è altro che un sottile ruscello, ma durante la stagione delle piogge diventa tanto grosso da erodere il basamento su cui poggia il minareto, facendolo via via inclinare.
Se non interverrà presto qualcuno a metterlo in sicurezza, potrebbe cadere nel prossimo futuro, privando l’umanità di uno dei suoi patirmoni. L’UNESCO infatti lo inserì nella propria lista nel 2002.

A guardia di questo monumento storico c’è un gruppo di talebani armati fino ai denti. 
Il loro accampamento è sull’altra riva del fiume Hari Rud, per cui non appena arriviamo, li vediamo attraversarlo a piedi nudi, con gli stivali in mano.
La guida ci aveva già avvertito della presenza di questi soldati, che anzi ci aveva detto essere suoi “amici”, per cui non avremmo avuto problemi a dormire in tenda proprio sotto al minareto, sarebbe bastato portar loro un regalo: ecco dunque il perché della sosta di questa mattina al mercato di Chaghcharan.

Chiacchieriamo coi talebani durante le riprese. Avevamo letto che si poteva salire sulla torre, ma ci dicono che hanno sigillato personalmente l’ingresso: c’era troppa gente che, nonostante il divieto di aggirarsi da queste parti, vi entrava segretamente di notte per staccarne dei pezzi e rivenderli al mercato nero del collezionismo.
Studio con cura questi uomini. Ecco finalmente i volti che molte volte abbiamo visto in occidente: emaciati, con le barbe lunghe e nere, gli occhi scavati e feroci, le armi in pugno sempre pronte a sparare.

Ancora una volta, però, i ritratti mostrati dai nostri giornali sono solo una parte di ciò che questi uomini sono. Proprio questo è infatti il punto: seppur estremisti e fin troppo amanti della guerra, si tratta comunque di persone, con i loro bisogni e necessità.
Poco dopo il nostro arrivo ci invitano a prendere il tè nel loro accampamento, dicendoci però che possono offrirci solo quello, senza biscotti o altro.
La guida ci spiega che si tratta di un gentile modo afghano per dire che hanno fame: ci stanno chiedendo di invitarli a cena nel ristorante (una casa a una decina di minuti di distanza) che abbiamo passato poco fa.
Questi duri e crudeli soldati delle montagne hanno fame, e ce lo mostrano senza troppi problemi, trasformandosi così improvvisamente in semplici uomini come noi.
Dopo alcune ore arriva un capo talebano da un villaggio vicino: è strabico (difetto che prova a nascondere con degli occhiali dalle lenti violacee) e porta un grande pagri bianco, a differenza di tutti gli altri che portano copricapi colorati di varie forme e fatture (in Afghanistan esistono una moltitudine di cappelli, turbanti e similari, che da soli meriterebbero intere settimane di studi).

Scopriremo più tardi che si tratta di un Imam, oltre che di un talebano. Arriva mentre sto facendo volare il drone, e subito alle mie spalle si crea un capannello di persone che osservano lo schermo del tablet per ammirare dall’alto il monumento che sono lì a proteggere.
Mi chiedono di avvicinarmi al minareto, di modo che la guida possa leggere loro le scritte in cima, difficilmente riconoscibili a occhio nudo.
Domandano a Filippo informazioni su questo edificio – uomini “cattivi”, duri, guerrieri e combattenti non riescono a resistere al fascino della bellezza e della cultura.
Penso all’Ulisse dantesco: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza“.
L’Imam chiede di fare alcune foto a noi prima e al drone poi. Ci mettiamo dunque in posa e chiediamo a nostra volta una foto tutti assieme, in ricordo di un incontro che, fino a un anno fa, sembrava impensabile poter vivere in maniera così pacifica.

Finite le riprese andiamo a cena con alcuni dei talebani, come promesso. Seguendo l’abitudine afghana il cibo è abbondante, tanto che noi fatichiamo a terminare anche solo metà del piatto. I soldati invece non solo finiscono velocemente la loro porzione, ma ne chiedono una seconda.
Della carne bollita è coperta da quello che immagino essere almeno mezzo chilogrammo di riso a testa. Immancabili poi il pane naan, piatto, morbido e spugnoso, e il tè, onnipresente nella cultura afghana.

I piatti non sono in ceramica, ma di metallo, probabilmente per una maggiore durevolezza.
Vista la nostra poca praticità con le mani, il proprietario del ristorante ci ha gentilmente offerto dei cucchiai, di cui decidiamo di servirci per non spargere riso ovunque a ogni boccone: mangiare senza posate è più complicato di quanto si pensi. Filippo conosce bene la tecnica, sebbene sia un po’ arrugginito, ma io e Roberto siamo ancora dei novizi.
Il talebano che ho di fronte poggia il Kalashnikov al proprio fianco: la canna è puntata dritta verso di me.

La cena è finita, fuori ormai è buio pesto: questa è una notte senza luna, che ci permetterà di scattare foto del cielo stellato senza alcun tipo di inquinamento luminoso. Non vediamo l’ora.
Torniamo dunque sotto l’edificio, e proprio quando ci stiamo preparando a montare la prima tenda la situazione prende una piega imprevista: i talebani ci vietano di dormire nei pressi del minareto, imponendoci invece di andare nel loro accampamento.
Non riusciamo a capire, abbiamo fatto tanta strada proprio per questo, avevamo preso accordi giorni fa, e fino a pochi minuti prima sembrava tutto a posto.
Cosa sta succedendo?
La guida ci spiega che l’Imam incontrato prima era, tra le altre cose, una spia talebana: ci ha segnalati al governo centrale, mandando le foto di noi e del drone, dicendo che stavamo tracciando la zona con il gps in cerca di reperti archeologici da trafugare nella notte.
Spieghiamo che è una follia, che abbiamo i permessi di ripresa (ce li ha firmati personalmente il ministro!), e che con droni come questi non è possibile cercare reperti archeologici nel sottosuolo.
Anche il rappresentante dell’ufficio del turismo, unitosi a noi questa mattina, prova a spiegare che non stiamo facendo nulla di male.
Gli ordini arrivati dal governo centrale però sono perentori.
Proviamo dunque a scendere a un compromesso: sarebbe possibile fare almeno finta di montare le tende per fare le riprese e le foto? Poi una volta finite le smonteremmo e andremmo a dormire nell’accampamento come richiesto.
Vediamo i soldati discutere tra loro: alcuni palesemente non sono d’accordo, mentre altri sembrano essere favorevoli all’idea.
Alla fine questi ultimi hanno la meglio, possiamo procedere.

Il rappresentante del ministero e uno dei comandanti rimarranno con noi durante le riprese, mentre gli altri talebani resteranno dall’altra parte del fiume, nel loro accampamento.
Dispiaciuti per l’accaduto posizioniamo le luci necessarie e cominciamo a montare una sola tenda.
Passa circa un’ora, tutto procede normalmente, quando improvvisamente, dalla base distante un paio di centinaia di metri, vediamo una torcia puntata verso di noi, e sentiamo una voce urlare qualcosa.
Il tempo di girarci verso di loro e una scarica di mitragliatrice risuona nella notte.
Rimaniamo alcuni secondi paralizzati: cosa diavolo sta succedendo?

Dopo lo spavento iniziale spegniamo le luci puntate verso Filippo: non sappiamo a cosa siano dovuti quegli spari, ma nel dubbio è sicuramente meglio non offrire alcun tipo di bersaglio.
Il talebano che ci stava sorvegliando si alza di scatto assieme alla nostra guida. Questa ci dice di aspettare, mentre il soldato si muove in direzione del fiume per parlare con i suoi commilitoni. 
Sentiamo bene la sua voce, mentre quella dall’altro lato ci arriva un po’ più fioca, proprio a causa del rombare del corso d’acqua. Si stanno parlando da una trentina di secondi quando dalla base viene sparato un colpo, singolo questa volta.

 

 

Ora abbiamo paura.

 

 

Ci accucciamo a terra.
Ci allontaniamo dalla possibile linea di fuoco del soldato accanto a noi.

Ci rifugiamo nella boscaglia alle nostre spalle.

 

 

Quegli spari erano rivolti a noi? Possibile che siano cambiati ancora una volta gli accordi? Cosa sta succedendo davvero?

La notte senza luna rende tutto talmente scuro da intensificare sia il mistero che la paura.

La situazione ci sembra surreale: siamo sulle montagne afghane, sotto il regime talebano, e assistiamo a quello che potrebbe essere uno scontro a fuoco.
Dov’è dunque il nemico? Che il nemico siamo noi? Ma siamo disarmati per l’amor del cielo!

 

 

I secondi sembrano ore, e mi risulta difficile dire quanto tempo sia passato dalla prima raffica o quanto effettivamente sia durata la conversazione tra i due soldati sulle sponde opposte del fiume.
Improvvisamente, a sovrastare le urla, ecco un altro singolo sparo provenire dall’accampamento. Questa volta lo vediamo chiaramente, essendo tutti i nostri sguardi concentrati su quel punto: è un proiettile tracciante, indirizzato verso la cima della montagna alle nostre spalle. Per assurdo questo parzialmente ci rassicura: almeno sappiamo che i proiettili non sono rivolti direttamente verso di noi.

Abbassiamo lo sguardo, vediamo il talebano dal nostro lato armare il proprio Kalashnikov.
La labile sicurezza di un istante prima scompare.

La tensione raggiunge ora il suo picco, e mille pensieri attraversano la mia testa in questo momento che mi sembra durare una vera e propria eternità.
Dopo qualche ulteriore scambio di urla il soldato si gira e dice qualcosa alla nostra guida: possiamo continuare a riprendere, non c’è alcun problema.


Rimaniamo allibiti.

Una situazione che ci era sembrata esplosiva fino a un secondo prima si è apparentemente risolta sotto i nostri occhi, senza che potessimo capire nulla.
Vediamo il fratello della guida guardarci, ridendo della nostra paura.
Cosa diavolo è successo? Perché hanno sparato? Era un segnale contro di noi? La situazione ora si è davvero calmata? Possiamo continuare le riprese senza timori?
La guida ci dice solo che la situazione è “100% safe“, e che quindi possiamo continuare a riprendere.
Inutile dire che il nostro stato d’animo, nonostante le sue rassicurazioni, non sia affatto sereno e tranquillo.

Finiamo dunque le riprese del montaggio della tenda con il battito del cuore a mille e l’adrenalina ancora in circolazione.
Posizioniamo le camere per effettuare i tanto desiderati timelapse notturni, e i lunghi tempi di attesa fanno piano piano passare l’eccitazione del momento.
Comincio a tremare.
Stranamente non fa freddo, Filippo è addirittura senza felpa o giacca. Eppure non riesco a smettere di tremare.
Cerco di ignorarlo, in questo momento non voglio dare peso a una situazione che mi impedirebbe di passare serenamente il resto della notte.
Mi impongo dunque di pensarci il meno possibile, e di concentrarmi sullo spettacolo che ho di fronte: la rotazione terrestre fa muovere la Via Lattea esattamente dietro al minareto, incastrandosi alla perfezione tra i versanti delle montagne, che fungono da cornice.
Passano circa due ore mentre spostiamo le camere per realizzare foto e timelapse da differenti posizioni. Finite le riprese, per rispettare gli accordi, attraversiamo il fiume in direzione dell’accampamento. Mentre ci avviciniamo con le torce, nonostante tutti i miei sforzi, non riesco a non pensare nuovamente all’accaduto.

La guida nel pomeriggio ci aveva raccontato che è vietato accedere a questa valle quando fa buio, proprio per evitare furti archeologici, e che i soldati hanno l’ordine di sparare a vista a chiunque vedano infrangere questa regola.
Avvicinarsi alla loro base, su un sentiero di montagna, di notte, con la luce frontale accesa (un potenziale bersaglio!) per illuminare la strada, dopo quello che è appena successo, mi fa inevitabilmente pensare a quello che potrebbe accadere se dovessero dimenticarsi nuovamente dei nostri accordi.
Per fortuna i miei timori si dimostrano infondati, possiamo quindi avvicinarci all’accampamento senza problemi.

Ci fanno entrare in una stanza dove sono già stesi tre o quattro talebani. Non vediamo alcun sistema di riscaldamento, eppure nel capanno c’è una temperatura decisamente confortevole.
Una sola lampadina illumina tutto l’ambiente, per il resto completamente spoglio.
Ci sentiamo su delle coperte piene di polvere in fondo alla stanza, apriamo i nostri sacchi a pelo, ci cambiamo i vestiti e ci sdraiamo a terra.
Tutto questo sotto gli occhi incuriositi dei soldati più giovani, che nel frattempo si sono svegliati e ci guardano con un fare divertito.
Mentre loro ci osservano noi non possiamo fare a meno di fissare le armi appese alle pareti, rendendoci conto di quanto sia assurda la situazione che stiamo vivendo.
Tiro fuori il cellulare: voglio immortalare questo momento con foto e video, ma non ho il coraggio di prendere la macchina fotografica.
Facendo quindi finta di ascoltare dei messaggi vocali avvicino il telefono all’orecchio e scatto quante più foto possibile.
Roberto, più coraggioso di me, alza invece l’obiettivo della sua videocamera verso le pareti prima e i volti dei talebani poi.
La luce viene spenta non appena ci siamo sistemati, e poco dopo alcuni talebani cominciano a russare.

Nonostante tutto, nonostante l’adrenalina ancora in corpo e l’eccitazione provata nei momenti concitati appena vissuti, sono davvero stanco, e in pochi minuti mi addormento, scivolando in un sonno senza sogni.

Informazioni fotografiche:

 

Foto scattate con Nikon Z6 II, Nikkor Z 24-70 f4 e Samyang Z 14mm f2.8 MF. Per alcuni scatti è stato usato uno smartphone OnePlus 7t.

Testi e foto di Francesco Sangalli

Ebbi la fortuna di viaggiare in Afghanistan nell’ottobre 2022. Questa nazione dalla fama maledetta stimolava le mie fantasie da anni, da quando Filippo Tenti aveva cominciato a parlarmene dopo esserci stato …

[Continua a leggere]

Tempo di lettura: 19 minuti

Foto e testi di Francesco Sangalli