AFGHANISTAN - Un sogno che si realizza

Introduzione:

 

Ebbi la fortuna di viaggiare in Afghanistan nell’ottobre 2022.
Questa nazione dalla fama maledetta stimolava le mie fantasie da anni, da quando Filippo Tenti aveva cominciato a parlarmene dopo esserci stato durante la produzione della serie documentaristica Overland 18. Curioso come, proprio con Overland, io abbia avuto modo di avverare questo desiderio.

Lo scenario non era dei migliori, almeno all’apparenza: durante l’estate del 2021, poco più di un anno prima della mia partenza, i talebani avevano nuovamente preso il potere dopo vent’anni di occupazione americana.

Le immagini degli aerei che decollavano dalla pista di Kabul, da cui cadevano uomini e ragazzini nel disperato tentativo di fuga, era ancora ben impressa negli occhi di tutti noi.

L’Afghanistan però non era solo quello, o almeno, speravo con tutto il cuore che non lo fosse.

Sono quindi partito carico di speranze, obbligando la mente e il cuore a rimanere il più aperti possibile di fronte a qualsiasi esperienza si fosse presentata: giudicare da occidentale una cultura tanto diversa è uno dei più gravi errori che possa fare un viaggiatore.

Mercoledì 19 ottobre 2022 – Un sogno che si sta realizzando

 

Sto per partire per l’Afghanistan.
Sono a Milano, in aeroporto, in attesa di Filippo, capo di questa spedizione documentaristica. Sento l’agitazione salire.
So di essere in mani sicure, d’altronde Filippo viaggia in luoghi del genere fin dalla nascita. Allo stesso tempo però, in alcuni paesi, questo non basta.

Un pensiero mi colpisce: se causassi problemi e ci trovassimo in situazioni complicate? Forse dovrei avere più fiducia in me stesso.

A volte è difficile – non solo lottare per i propri sogni, ma anche avere il coraggio di viverli quando si stanno realizzando.

Venerdì 21 ottobre 2022 – Finalmente in Afghanistan

 

 

Dopo un lungo scalo a Dubai – città che non mi ha colpito molto: anche se moderna l’ho trovata già vecchia – arriviamo finalmente a Kabul.

All’atterraggio, il pensiero della realtà che sto per conoscere mi colpisce all’improvviso nella sua interezza. Mi spavento – penso a quello che potrei vivere nei prossimi giorni.
In città vengo assalito da un odore che mi ricorda l’Africa e che ci accompagnerà per gran parte del viaggio: è il carbone utilizzato per il riscaldamento, per produrre energia elettrica e per cucinare.

Sono ansioso per via delle tante persone armate per strada – anche se Filippo mi dice che sono meno rispetto a un anno fa.
Solo una volta arrivati ai Giardini di Babur riesco a rilassarmi.

Babur era un imperatore turco-mongolo che conquistò l’India nel XVI secolo, fondando l’impero Moghul. Uomo di grande cultura e sensibilità artistica, amava anche la natura. Rimase stregato dalla bellezza di Kabul, dove prima fece erigere questi giardini, e poi scelse di esservi sepolto, per rimanerci per l’eternità.
Una serie di terrazzamenti si arrampicano sulla bassa collina. Su di essi sono stati piantati alberi di ogni tipo, colorati ora dalle sfumature autunnali, che contrastano con il candore delle pietre usate per lastricare i gradini e i sentieri che conducono alla cima, dove è possibile ammirare la tomba del grande conquistatore: un sarcofago di pietra bianca circondato da una recinzione, dello stesso candido materiale, traforata e decorata con semplici motivi geometrici. Non è presente alcuna copertura, così che la salma di Babur possa ammirare il limpido cielo e gli alberi tutti attorno.

In questo luogo magico posso per la prima volta avvicinarmi al popolo afghano: si tratta di gente amichevole, predisposta al riso, e aperta nei confronti dello straniero.
Mi sconvolgo: io ero pronto a vedere volti tristi, di gente sottomessa a un regime oppressivo, ed ero pronto a vedere i volti malvagi di quegli stessi oppressori.
Incontro dei ragazzi vestiti alla Occidentale che si destreggiano in mosse di parkour. Rimango davvero strabiliato dalle loro abilità. Stanno usando un vecchio tronco caduto come trampolino per le proprie acrobazie. Vedendo la videocamera mi corrono incontro chiedendo di filmarli. Alla fine di ogni esercizio si riguardano sullo schermo, battendosi il cinque alla chiusura di ogni movimento.

Alla tomba di Babur degli uomini con vestiti tipici e turbanti colorati ci circondano riempiendoci di domande, di cui una scomoda: “Cosa ne pensate del governo dei talebani?”.

Filippo risponde prontamente: “Siamo atterrati solo poche ore fa, è ancora troppo presto per avere un’opinione. Se ci dovessimo rincontrare tra qualche giorno avrò le idee più chiare!”.
Non vediamo donne, perché questa zona è loro interdetta: possono godere delle bellezze del parco solo al di là della recinzione che lo taglia a metà, una lunga striscia di tessuto verde scuro appesa a un filo metallico (ndr mesi dopo il mio rientro in Italia, purtroppo, il parco verrà chiuso del tutto alle donne afghane: solo le turiste potranno entrare – ovviamente pagando).

Su di essa sono appesi cartelli che, in lingue locali, ne vietano l’attraversamento e indicano il corretto lato per uomini e donne.
Ai margini di questa recinzione ci sono un ragazzo e una ragazza che si stanno parlando. Il ragazzo continua a guardarsi nervosamente attorno. Con lei c’è un bambino che tenta di abbassare il divisore, troppo alto per lui per riuscire a vedere oltre. Il ragazzo lo sgrida controllando preoccupato che nessuno abbia assistito al fatto.

Usciti dal parco ci mettiamo in strada per dirigerci verso un punto panoramico dominato da un’enorme bandiera: non più il tricolore Afghano – che vediamo comunque esposto in molti luoghi pubblici e privati, in quanto, come ci spiega la guida, è ancora la bandiera nazionale – ma il vessillo bianco del nuovo regime talebano.
In questo parco attiro subito, e malvolentieri, l’attenzione di centinaia di persone per via del mio aspetto fisico differente dal loro. L’altezza e i lunghi capelli biondi mi tradiscono, oltre ovviamente ai miei abiti occidentali – non vedo l’ora che i vestiti su misura in pieno stile afghano, che abbiamo fatto confezionare questa mattina da un sarto, siano pronti, in modo da potermi confondere maggiormente tra la folla.

Mi era già successo in Africa Occidentale di essere circondato da bambini che volevano toccarmi i capelli, i vestiti, stringermi la mano e saltarmi addosso. Questa volta non si tratta più di bambini, ma di uomini adulti, e nella maggior parte dei casi armati.

So che la loro è solo curiosità, ma non posso fare a meno di provare una certa inquietudine. Alcuni ragazzi coi fucili in spalla cominciano, per divertimento, a spingermi e a tirarmi violente spallate: cado addosso al resto della folla.
Si tratta di un gioco, troppo violento però per i miei gusti.
Accanto a noi quattro uomini si stanno sfidando in un gioco tradizionale: due sono armati di fruste, mentre i secondi sono disarmati. I primi hanno l’obiettivo di colpire le gambe degli avversari, mentre questi devono provare a toccare con la propria mano gli attaccanti prima di essere colpiti.
Roberto, l’altro operatore video, prova a filmarli. La cosa evidentemente li infastidisce, tanto che cominciano a tirargli contro le proprie scarpe (scopriremo più avanti che è una delle più gravi forme di insulto possibili in Afghanistan).
Per nulla desideroso di essere causa di problemi, mi allontano lentamente facendomi strada a spintoni tra la folla, cercando di raggiungere il nostro veicolo.

Solo dietro alla portiera mi sento di nuovo al sicuro. Dal finestrino assisto a una scena che mi colpisce: la nostra guida sta parlando con un uomo, è minuto, con la barba corta, vestito bene – non in maniera elegante o presuntuosa. Pare una persona comune, tranquilla, oserei quasi dire che è uno studioso.
Quello è un talebano che lavora al Ministero. Una persona molto vicina al Ministro della Cultura e dell’Informazione, ed è legata da una stratta conoscenza, non amicizia, alla nostra guida. Gli sta dicendo che qualsiasi problema dovessimo incontrare durante il viaggio potremo fare riferimento a lui.
Ma i talebani non erano tutti feroci combattenti incalliti con le barbe lunghe?
Non sono passate che alcune ore dal mio arrivo, e già i primi pregiudizi cominciano a cadere.

Sabato 22 ottobre 2022 – Faccia a faccia coi talebani.

 

 

Di prima mattina andiamo al Ministero della Cultura e dell’Informazione per chiedere i permessi di ripresa – avranno poca validità, da quello che ci dice la guida, dato che in ciascuna regione il governatore di turno fa un po’ ciò che gli pare e piace. Speriamo che almeno qui non ci facciano problemi.
Il ministero è ovviamente pieno di talebani: molti sono in tuta mimetica, giubbotto antiproiettile e Kalashnikov in mano. Altri indossano il shalwar kameez, il vestito maschile tipico Afghano, composto da dei pantaloni larghi e comodi e una lunga camicia che arriva al ginocchio, con degli spacchi laterali fino all’anca. Da questa mattina anche noi possiamo finalmente vestirci allo stesso modo: il sarto ha finito di confezionare gli abiti ieri sera. Io ho scelto un tessuto in cotone di colore verde, a cui nei prossimi giorni abbinerò una kefiah nera e bianca per coprire il capo, nascondendo i capelli traditori.

Non potrò purtroppo fare nulla per la mi altezza, che mi renderà troppo riconoscibile fino alla fine del viaggio.
Dopo una breve attesa ci fanno accomodare nell’ufficio del Vice Ministro, dove ci viene servito subito del tè allo zafferano.
Il Vice Ministro è un uomo vecchio, stanco: non dà di certo l’idea di essere un combattente. Sembra più un uomo di studi, magro, con una lunga barba nera e un grande copricapo blu scuro, chiamato pagri, consistente in un pezzo di stoffa quadrato avvolto intorno alla testa in modo complesso e decorativo. Sopra l’abito indossa un gilè scuro.
Quando però incrocio il suo sguardo devo ricredermi: sono occhi da guerriero, che dimostrano un animo pronto ad accendersi e infiammarsi in nome dei propri principi, capaci di far levare moltitudini di uomini disposti a combattere e morire.
Gli darei forse sessant’anni, ma scoprirò più avanti che ne ha meno di cinquanta.
Ci presentiamo, diciamo di essere italiani; a questa notizia fa una smorfia. I soldati italiani erano stanziati nel suo distretto natio, Herat, e a suo dire hanno bombardato più volte la sua città e gli accampamenti talebani dove si rifugiava – dubito personalmente di queste affermazioni: credo che i bombardamenti siano stati effettuati da altre forze militari dell’armata internazionale, ma poco conta quello che io credo in questa situazione. Fin quando sarà convinto che sono stati gli italiani, non servirà a nulla provare a convincerlo del contrario.

“Se conosco gli italiani? Io ho combattuto contro gli italiani!”.
Il silenzio cala nella stanza, la situazione si fa tesa.
Il Vice Ministro riprende a parlare, decantando con fierezza la vittoria talebana sull’Italia e il resto dell’esercito internazionale. Questo ci rasserena: avendo ottenuto ciò che desiderava, il potere e la cacciata degli invasori, possiamo ritenerci al sicuro. La sua sete di guerre e scontri sembra per il momento essere soddisfatta. Ora viene il tempo del governo e dei compromessi.
Il dialogo prosegue per mezz’ora. Ascoltiamo i suoi racconti e vediamo il conflitto, conclusosi poco più di un anno fa, sotto un nuovo punto di vista; anche questo, come quello dei media occidentali, è di parte e non del tutto aderente alla realtà, ma comunque interessante da sentire, e utile per farsi un’idea più precisa del quadro generale.
Per avere un ricordo di questo momento chiedo coi gesti a un soldato di potermi alzare e fare una foto: non posso, devo rimanere seduto, ma potrebbe farla lui al posto mio. Gli passo dunque il telefono (abbiamo dovuto lasciar tutta l’attrezzatura qualche piano più sotto a un controllo), con cui scatterà delle immagini che, sono sicuro, conserverò per molto tempo a venire.

Siamo ancora nell’ufficio del ministro, il colloquio sta giungendo al termine, quando all’improvviso una delle guardie si distrae; il Kalashnikov gli scivola dalle mani, cadendo con un forte rimbombo sul pavimento. Tutti e tre (io, Filippo e Roberto) impallidiamo, immaginando cosa sarebbe potuto accadere se la caduta avesse causato una raffica di proiettili.
Siamo stati fortunati.
Lasciamo il Ministero e ci mettiamo finalmente in viaggio. Siamo in macchina, in direzione di Bamiyan.
I panorami appena usciti da Kabul sono spettacolari: più avanziamo, più rimango senza parole.

Alte e rosse montagne si allungano per toccare un cielo blu limpido come pochi. Ai piedi di questi giganti completamente spogli giacciono ampie valli piene di alberi, le cui foglie gialle zafferano manifestano l’arrivo dell’autunno: sono colori talmente intensi da sembrare ricoperte dall’oro più pregiato.
La strada compie dolci curve – a volte nel fondovalle, a volte risalendone i versanti.
Alcuni corsi d’acqua serpeggiano lungo le valli che attraversiamo, e, seppur non pieni, bastano a rendere ancora più vive queste montagne davvero meravigliose. Certi sono solo dei ruscelli, altri dei fiumi a tutti gli effetti. 
In alcuni tratti il sole vi si riflette, facendoli brillare, come se al posto dell’acqua scorressero preziosi lapislazzuli, rendendo il panorama un vero e poprio Eden (o meglio, un vero e proprio Janna, come è chiamato l’Eden nella religione islamica).

Sulla strada, all’inizio dissestata, ma poi in ottimo stato, incontriamo diversi posti di blocco: tutti i talebani di guardia sono sempre gentili, cordiali e sorridenti, e più ci avviciniamo a loro più questi sorrisi aumentano.
La mia confusione cresce con il passare dei chilometri: dove sono i crudeli guerriglieri di cui tanto ho sentito parlare?
Una volta superate la fortezza rossa e la città delle urla, luoghi devastati da Genghis Khan secoli fa, che noi purtroppo non visiteremo e ammireremo soltanto da lontano attraverso il finestrino, arriviamo a Bamiyan.

La città è famosa per i giganteschi Buddha distrutti dal primo regime talebano nel 2001.
Lì intervistiamo un addestratore di colombe, che ci mostra come riesce a comandare il suo stormo di quindici uccelli (i volatili sono gli animali domestici preferiti in questa nazione).
Dopo il tramonto, ci muoviamo in direzione della casa di Mustafa, nostro ospite per questa notte a Bamiyan.
Qui lui e i suoi fratelli ci raccontano un Afghanistan molto diverso da quello che abbiamo visto fino a ora – una nazione più vicina a quello che i media occidentali descrivono: molta gente è senza lavoro, perché con il ritorno dei talebani tutte le aziende internazionali se ne sono andate. A Kandahar, sede storica dei talebani, tutte le donne hanno il burqa. In altre regioni invece sono più libere. Qui a Bamiyan ne abbiamo viste parecchie girare per strada da sole, anche a volto scoperto, e scopriremo nei prossimi giorni che in città come Kabul alcune possono anche guidare, lavorare ed essere titolari di aziende.
Ci dicono che molte donne cominciano ad avere problemi mentali, perché sono obbligate a rimanere in casa dopo vent’anni in cui hanno potuto vivere in un mondo molto diverso, più occidentalizzato e con più libertà per il genere femminile.

Dove sta la verità? Come è possibile che io non mi stia accorgendo di questa crudeltà? E come è possibile che gli aguzzini di queste atrocità siano le stesse persone che continuano a sorriderci bonariamente con i Kalashnikov in mano ai posti di blocco?
Incredibile come questo paese possa sembrare tanto diverso a seconda del punto di vista dell’osservatore: se locale o visitatore.
Sarà che sono uomo, bianco, eterosessuale, e quindi non sto vivendo la discriminazione sulla mia pelle? Dopotutto io appartengo in tutto e per tutto alla classe dominante, non lo posso nascondere. Anche se involontariamente, godo di privilegi non guadagnati, ma garantitimi dal puro caso.
Questa nazione è davvero complicata, e ha bisogno di molto più che due soli giorni per essere compresa: devo portare pazienza.

I racconti di Mustafa e dei suoi fratelli mi fanno riflettere sulla grande accoglienza riservataci all’arrivo nella loro casa: probabilmente il nostro passaggio li riempie di speranza per i giorni futuri.
Speranza di cosa? Ancora non sono riuscito a capirlo.
Uno dei fratelli di Mustafa, innamorato dell’Italia e degli italiani, mi chiede se sono di Napoli, città che lui ritiene bellissima: gli rispondo di no, sono del Nord Italia, ma mi piacerebbe molto viverci un giorno. La famiglia della mia ragazza, Elena, vive lì.
Quando chiedo se conosce per caso altre città italiane mi risponde di no, Napoli è l’unica.
Pur essendo senza connessione (rimarremo offline fino al nostro rientro a Kabul tra qualche giorno) scrivo un messaggio a Elena per raccontarle dell’accaduto: quando lo leggerà ne sarà sicuramente felicissima. Purtroppo, in Italia, è difficile sentire complimenti del genere quando si parla di quella meravigliosa città.

Mi racconta dunque dei molti diritti che gli sono negati. Dice di non essere più libero.
Non solo le donne stanno vivendo momenti bui, seppure la loro situazione sia di certo più grave di quella degli uomini.
Mangiamo tutti assieme; abbiamo saltato il pranzo, quindi abbiamo un grande appetito. Il cibo è buono e abbondante: scoprirò che questa è una costante in Afghanistan, tanto che di norma mi sarà difficile finire il piatto.
Lo mangiamo alla maniera Afghana, ovvero seduti per terra, a gambe incrociate (guai a stenderle verso qualcuno, è una gravissima offesa!), condividendo il piatto con il nostro vicino “di tavola” e senza posate, quindi utilizzando le mani.
O meglio, la sola mano destra, in quando la sinistra è quella impura, adibita a pulirsi dopo essere stati ai servizi igienici – viene fatta un’eccezione per i mancini, a patto che questi utilizzino comunque solo la mano sinistra per servirsi.
Scoprirò più avanti che in molti paesi islamici le posate sono una vera e propria rarità: sono preferite le mani per diversi motivi, tra cui il fatto che mangiare con le mani è un modo per creare un senso di comunità. Quando le persone mangiano con le mani, sono più propense a condividere il cibo e a interagire tra loro. Questo aiuta a creare un senso di amicizia e di vicinanza.

Naturalmente ci sono anche ragioni pratiche: in molte culture islamiche gli alimenti vengono serviti in piatti comuni, mangiare con le mani è quindi un modo più facile e pratico di condividere il cibo.
Finita la cena salta la luce: a Bamiyan succede sempre. Al più tardi alle 21.30 la corrente viene tolta in tutta la città, e torna solo la sera successiva, più o meno verso il tramonto. In questa regione montagnosa l’elettricità è prodotta tramite pannelli fotovoltaici (nel resto dell’Afghanistan viene importata dall’estero), e dato che ora è autunno, con poche ore di sole al giorno, deve essere usata con parsimonia, per evitare costi e consumi eccessivi.
Una piccola lampadina viene attaccata alla vecchia batteria di un camion, per permetterci di avere quel poco di luce necessaria a prepararci per la notte.
Ci sistemiamo per terra nella stanza dove abbiamo mangiato, lungo le cui pareti sono disposti i cuscini che hanno fatto da seduta durante la cena e che faranno da materassi durante la notte.
Non ci sono altri mobili, solo un grande tappeto che copre tutto il pavimento. La stanza sarà grande tre metri per cinque. Ci dormiamo in sette, c’è spazio anche per i bagagli.

Ora sono le 23.00 passate.
I rumori della notte sono cominciati da un po’: i respiri sono lenti e profondi, qualcuno si gira per trovare una posizione più confortevole, qualcun altro russa.
Io non riesco a dormire.
Rifletto su quando sto vivendo: sono nel mezzo dell’Afghanistan, in una regione montuosa, a più di duemila metri di quota, ospite di una famiglia locale dopo una lunga giornata di riprese per un documentario.
Leggo: sto rileggendo Un mondo perduto di Walter Bonatti.
Con i dovuti paragoni mi sento appartenere alla sua categoria – quella dei viaggiatori e degli avventurieri, e questo non fa altro che rendermi ancora più sveglio ed eccitato.
Chissà cosa mi riserverà il domani.
Mi sento vivo.
Sono felice.

Informazioni fotografiche:

 

Foto scattate con Nikon Z6 II e Nikkor Z 24-70 f4. Alcune foto sono state scattate con uno smartphone OnePlus 7t.

Testi e foto di Francesco Sangalli

Visitai l’Iraq tra il 10 e il 17 gennaio 2023, durante le riprese della prima stagione della serie documentaristica “Il mondo con gli occhi di Overland”.

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Foto e testi di Francesco Sangalli